venerdì 11 novembre 2011

Recensione: Ulver - Blood Inside

Sono passati dieci anni dall’uscita di “Bergtatt”, il primo full lenght di Garm e compagni. Quel disco aprì una trilogia di lavori caratterizzati da un black metal ferale, arricchito da influenze folk non indifferenti; ma nel 1998 c’è la svolta, con l’uscita di “Themes From William Blake, The Marriage of Heaven And Hell”. I lupi del black metal norvegese cominciano a spostarsi dal genere, pubblicando un lavoro a metà tra avant-garde metal vicino agli Arcturus (nei quali militò alla voce lo stesso Garm), elettronica e ambient. Poi, nel 2000, la pubblicazione di un album come “Perdition City” segna un totale distacco dagli Ulver che diedero alle stampe capolavori “Bergatt” e “Nattens Madrigal”. Quest’album è un lavoro difficilmente classificabile all’interno di un genere preciso, essendo a metà tra elettronica e ambient ma ricco di inserti di diversi generi, specialmente jazz. Questi nuovi Ulver, eclettici e camaleontici come non mai, dimostrano di saper spaziare tra un genere e un altro senza particolari problemi.

E dopo cinque anni di attesa, ecco che viene dato alle stampe il tanto atteso “Blood Inside”. L’artwork è apparentemente semplice, con una croce rossa su sfondo bianco che simboleggia l’emergenza totale della vita, quel sangue che inizia a scorrere in noi nella nascita e si ferma nell’inesorabile fine rappresentata dalla morte. Ed è proprio questa fine ad essere avvilita e tormentata da una telefonata senza fine e dall'operatore, figura dominante dell’ultima traccia che, senza rispondere al segnale di attesa, lascia esalare l'ultimo respiro dell'emergenza in un tetro, oppressivo e disumano silenzio.

L’album si apre con “Dressed in Black”. Questo brano, è un pezzo inesorabilmente lento e minimale, che riesce, in certi frangenti, a diventare “deliziosamente” oppressivo, per poi sfociare in un crescendo monumentale, nel quale dominano i suoni percussivi e altri effetti sonori dosati sapientemente. A fine traccia sono presenti dei cori dal sapore onirico che collega l’opening track con il secondo brano, “For The Love Of God”. L’aspetto che colpisce fin da subito è la cadenza del brano, scandita dai sublimi effetti percussivi, che si legano alla perfezione con il cantato impeccabile di Garm. Anche questo brano è legato al successivo dal suono di molti campanelli, che introducono “Christmas”. Questo pezzo, uno dei più apprezzabili di tutto l’album, parla del ruolo della religione nella società odierna, la quale subisce troppe interpretazioni diverse che portano la società a frammentarsi, trascinata dalla cecità della fede, che è identificata come rovina della religione stessa. Il pezzo successivo è “Blinded By Blood”, un brano prevalentemente ambient che spezza l’andatura dell’album per introdurre “It Is Not Sound”. Questa quinta traccia è probabilmente la migliore di tutto l’album, e contiene gli aspetti significativi di tutta l’opera. La parte più interessante è “l’assolo” di sintetizzatore, che consiste in un intreccio di brani di musica classica riadattati, tra i quali spicca “Toccata e Fuga” di Johann Sebastian Bach. Il pezzo successivo, “The Truth”, è dominato dai suoni percussivi e dagli altri effetti sonori che si miscelano perfettamente tra loro, adattandosi alla stupenda voce di Garm. La settima traccia è “In The Red”, un pezzo molto particolare, arricchito da continui richiami al jazz e alla musica anni ’20. Le ultime due tracce sono strettamente connesse tra loro: “Your Call” un pezzo dal respiro ambient dominato dal segnale di chiamata al quale nessuno risponde, introduce il pezzo di chiusura, la violenta “Operator”, ricca di arrangiamenti jazz molto tecnici e complessi, però senza sfociare in un virtuosismo che risulterebbe inutile e dannoso al contesto.

Dal punto di vista lirico, nulla è lasciato al caso. Tutti i testi sono enigmatici e di dubbia interpretazione. Dopotutto questa nuova fatica del trio norvegese è un disco eterogeneo, nel quale Garm trascina l’essenza elitaria del black metal in un contesto nuovo, particolare e molto più vasto di quello del black metal. Questo disco è di difficile ascolto, e non è semplice comprenderlo. È dichiaratamente un disco per pochi, che può risultare un ulteriore tradimento agli ascoltatori più fedeli al black metal, ma può essere considerato un capolavoro dai pochi che riescano ad apprezzarlo in tutta la sua sostanza. Dunque viene da chiedersi se questi dieci anni siano tanti o pochi per un’evoluzione che, nel caso degli Ulver, è perennemente in pieno svolgimento.