venerdì 11 novembre 2011

Recensione: Marlene Kuntz - Ricoveri virtuali e sexy solitudini

I Marlene Kuntz sono uno dei gruppi più importanti nel panorama del rock alternativo italiano. Con i primi dischi come “Catartica”, usciti a metà degli anni ’90, coniarono uno stile musicale assolutamente originale, fatto da arrangiamenti tra il noise rock e l’alternative e da testi, carichi di rabbia giovanile ma estremamente curati e particolari. Con il passare del tempo questo stile è naturalmente evoluto verso un rock più melodico e meno dissonante, fino ad arrivare all’album del 2007 “Uno”, dal piglio decisamente cantautorale. I Marlene Kuntz sono visti dalla maggior parte del pubblico in lento declino, come altri gruppi a loro coevi come gli Afterhours. Ma più che di declino si dovrebbe parlare di una continua maturazione artistica e di un’evoluzione del sound naturale: “Ricoveri virtuali e sexy solitudini” è uscito da pochi mesi e ha già creato parecchie polemiche. Il disco è un leggero ritorno al rock degli esordi, con però pochissimi richiami noise che caratterizzarono i primi dischi, avvertibili solo in “Ricovero virtuale” e “Pornorima”, due brani caratterizzati da testi molto diretti ed espliciti. Il primo è una feroce invettiva contro Internet. Secondo Cristiano Godano (frontman della band) Internet, dando la possibilità di scaricare enormi quantità di musica gratis, distrugge il valore che la musica stessa possedeva prima dell’avvento della Rete. Altri pezzi come “Paolo anima salva”, “Orizzonti” e “Un piacere speciale” sono brani rock supportati da ritornelli accattivanti e catchy che scorrono tranquilli tenendo alto il livello generale del disco. Ma i pezzi migliori dell’album sono senza alcun dubbio quelli più oscuri ed introspettivi, quelli più musicalmente e liricamente intensi. “Vivo” è un crescendo travolgente e drammatico che sicuramente colpisce l’attenzione di ogni ascoltatore. “Io e me” è un brano dall’impianto compositivo vicino al trip hop, che spezza leggermente il ritmo generale dell’album. Il pezzo più liricamente impegnato dell’album è senza dubbio “L’artista”. Dal punto di vista sonoro è un brano quasi cantautorale: inizia con leggeri armonici e arpeggi e continua a ritmo sostenuto per sfociare in un finale intenso ma morbido. Altri pezzi come “L’idiota”, “Oasi” e “Scatti” sono liricamente impeccabili, ma musicalmente non stupiscono l’ascoltatore.

Nonostante tutte le critiche che certamente arriveranno, questo disco è decisamente degno della band che l’ha creato. Però è necessario liberarsi da ogni pregiudizio e non fare paragoni con “Catartica” o “Il vile”, tenendo presente che l’evoluzione e la maturazione artistica sono manifestazioni della vitalità di ogni artista. Forse le pecche di questo disco stanno proprio nel cercare di soddisfare quei fan che vorrebbero tanti “Catartica”, mentre forse sarebbe stato più giusto continuare a sfruttare la vena cantautorale di “Uno” continuando a sperimentare. Insomma cari fan, se vi piacciono le band capaci solo di fare album tutti uguali, accontentatevi degli AC/DC e lasciateci i Marlene Kuntz.